THE MAGAZINE OF THOUGHTS, DREAMS, IMAGES THAT PASS THROUGH EVERY ART OF DOING, SEEING, DISCOVERING

26 February 2011

"ARCA Arte Vercelli" - Arte italiana con Guggenheim

Umberto Boccioni, Controluce, 1910


1900 - 1961
arte italiana nelle collezioni 
Guggenheim
 
Mario Sironi, "Paesaggio urbano", del 1921 (dal catalogo della mostra, di "Giunti arte mostre musei")


Abbiamo oggi visitato la bellissima mostra che quest'anno ARCA Arte Vercelli propone, "1900-1961 arte italiana nella collezioni Guggenheim", dopo le straordinarie precedenti mostre già realizzate da Arca Città di Vercelli in collaborazione con la Guggenheim Foundation, tutte incentrate sul rapporto "storico" tra  la grande l'istituzione americana e il nostro paese.

Giorgio De Chirico, la torre rossa, 1913


La mostra che vediamo quest'anno (aperta fino al 5 giugno 2011), promossa dalla Regione Piemonte in collaborazione con l'assessorato alla cultura del Comune di Vercelli, è stata curata da Luca Massimo Barbero all'interno del prestigioso contenitore costituito dalla chiesa di San Marco,  ed in particolare  dentro allo speciale scrigno in acciaio e vetro che vi è stato allestito all'interno proprio per ospitarvi queste iniziative d'alto livello culturale.

Mario Sironi, Il cavallo Bianco, 1919

Vorremmo che fosse dato risalto all'assieme di queste tre componenti, nello scenario d'un turismo che mostra di gradire sempre di più il binomio "cultura storico artistica" e "intelligenza creativa "  nell'esporre: l'evento in se stesso, che deve esprimere ottimo livello di preparazione e di selezione delle opere, il contenitore storico nel quale possano scoprirsi valori di profondo radicamento culturale storico-artistico e l'allestimento che abbia la qualità di produrre relazione stretta tra le due precedenti componenti. Questa mostra, come anche la precedente trilogia che l'ha preceduta, incentrata sulla figura di Peggy Guggenheim, possiede totalmente queste caratteristiche, ed è perciò che  a pieno titolo merita assolutamente d'essere promossa quale meta di rilievo presso  il turista colto che si appresta a programmare un viaggio nella nostra regione, compreso quello provenente dall'estero. In più, oltre a tutto, deve aggiungersi il piacere di fargli scoprire Vercelli, città d'arte ancora poco accessibile  nei circuiti internazionali, le sue piazze e i suoi mercati, i suoi insigni monumenti e la sua pregevole cucina. Aspetti questi ultimi che meritano una nostra attenzione in altra sede.

Un angolo della mostra, con Burri e Afro. Il "cielo" della teca ove si organizzano le mostre di arte contemporanea, può aprirsi oppure chiudersi alla vista delle volte dalla chiesa di San Marco. L'effetto osmotico tra i due spazi tra loro complementari è di grande respiro scenografico.


Ma veniamo ora ad Arca e alla mostra di oggi, alla chiesa di San Marco che contiene l'Arca, che a sua volta contiene l'arte italiana scelta dalla Grande Mela.
Questo prezioso assieme di valori storico-artistici, uno dentro l'altro, la "teca" che contiene l'Arca che contene lo "scrigno", è ciò che più ci ha colpito, ed in particolare il fatto che tutto sia in fieri, ovvero che la chiesa ed i suoi suggestivi affreschi siano tuttora in corso avanzato di restauro, rendendone visibili i lavori, che lo spazio delle mostre evolva offrendo produzioni di sempre più alto prestigio, e che l'"Arca" che li separa si renda disponibile, all'occorrenza, ad evidenziarne l'osmosi, essendo dotata di un soffitto mobile, capace di aprirsi e chiudersi a seconda delle esigenze di luce ed ombra, di collegamento o separazione che si decida d'adottare, anche nel corso delle stesse manifestazioni.

Un altro angolo della mostra, alla cui inaugurazione è stato presente numerosissimo pubblico


Il congegno della teca dell'Arca desta meraviglia, pur nelle sue modeste dimensioni (m. 29 x 7,5) e predisponendo essa di uno sviluppo espositivo sia all'interno che all'esterno di 374 metri quadrati di superficie, consente al visitatore di coniugare arte moderna ed arte antica,  mettendone a confronto le produzioni della cultura laica con quelle dell'arte sacra, di quell'unicum, nel panorama figurativo piemontese, costituito dalla "Genealogia della Vergine", che rappresenta uno dei migliori esempi d'affresco medievale, dotati d'una tipicità sua propria tanto spiccata, oggi presenti nella nostra area geografica.

Umberto Boccioni, Forme uniche della continuità nello spazio, 1913. Questa è una delle tre versioni di questa scultura: essa appartiene alla collezione Guggenheim. Un'altra versione è esposta al Museo Novecento di Milano. La terza è alla Tate Modern di Londra.


Nella teca, oggi, la mostra curata da Luca Massimo Barbero è dedicata all'arte italiana che affascinò Solomon Guggenheim determinandone la scelta, nella formazione della prestigiosa sua collezione. Abbiamo perciò modo di capire a fondo il gusto americano per le correnti artistiche italiane che hanno attraversato i primi anni del secolo scorso, specialmente quelle milanesi, dal futurismo di Boccioni, di Sironi, di Carrà, ma poi anche di italiani a Parigi, come Modigliani. Una scoperta, quella di Solomon, che ha certamente condizionato ogni successivo evento artistico del moderno, sino ai giorni nostri.

 Peggy Guggenheim nell'anno 1957, accanto a "La nostalgia del poeta" di Giorgio De Chirico,  promuove la nuova moda bigness, 
indossando il gran cinturone e gli orecchini di Alexander Calder (foto tratta dal catalogo della Mostra, di "Giunti arte mostre musei")


Abbiamo anche la possibilità di farci un'idea di ciò a cui il padre di Peggy e Peggy stessa stavano per  votarsi, affezionandosi a tale arte, acquistandone poi le opere per ingrandire la loro collezione, mentre il pioniere dell'architettura americana, Frank Lloyd Wright, stava per progettare e costruire il tempio dell'arte newyorkese negli anni '50, da loro stessi commisionatogli.  Scopriamo perciò Burri, Capogrossi, Fontana, Vedova, quali artisti da loro prediletti, dopo quelli che avevano costituito le avanguardie novecentesche, oltre ai De Pisis e Morandi, già appartenuti alla Collezione Gianni Mattioli, ed approdati a Ca' Venier dei Leoni, quale prestito a lunga scadenza, nel 1997. Di sicuro il Maestro americano che stava costruendone il Tempio (l'Arca primigenia) che li avrebbe contenuti, già se ne immaginava la collocazione lungo il perimetro dell'immensa spirale degradante che il suo genio stava orchestrando, mano a mano che il suo progetto andava progredendo.

Il pubblico è particolarmente attratto dal "Ritratto di uno studente, opera databile tra il 1918 e il 19 di Amedeo Modigliano. Essa, assieme all'opera di Capogrossi, è icona della mostra, essendo stata posta in posizione centrale rispetto all'intero percorso


Ci ha spiegato il curatore le motivazioni che lo hanno indotto ad introdurre nell'allestimento una logica cronologica contraria alla norma, partendo dagli anni '60 per procedere a ritroso sino all'inizio del secolo lungo i percorsi della mostra, quasi una scoperta delle origini della modernità, a partire dalla grande e bella tela di Capogrossi, intitolata "Superficie 512", che hanno segnato anche la formazione di uno specifico gusto artistico nazionale, ben riconoscibile internazionalmente, nelle tappe del centenario dall'Unità ad oggi, che celebrerà il 150° anniversario.

Giorgio Morandi, "Natura morta" del 1954


Le tele, i disegni, le sculture in mostra sono tra le più belle e significative del novecento, e che della grande collezione Guggenheim si potessero qui collocare: citiamo, ad esempio, tra le opere a noi più care, tra le ben 8 opere esposte di Mario Sironi, il Paesaggio Urbano del 1921, tra le più capaci di rappresentare la efficace e sintetica figurazione dell'artista milanese. Vogliamo ricordare poi, bellissima, la "torre rossa", di De Chirico, del 1913, metafisica piazza italiana superbamente orchestrata con poche simboliche figure d'alto imprinting dechirichiano. Di Umberto Boccioni è stupenda la "Periferia", del 1909, ma ancor più forse, "Materia" del 1912. Molto fresco e moderno è anche il disegno "Controluce", del 1910, da noi molto apprezzato, specie nel contesto di questa mostra.

 Umberto Boccioni, "Materia", superbo grandioso olio del 1912, con riprese del 1913, di dimensioni notevoli (226 x 150 cm)
(dal catalogo della mostra, di "Giunti arte mostre musei")


Decisamente di notevolissimo livello i Morandi tra cui spicca "Natura morta" del 1954, per le insolite dimensioni, delicata e soffice come forse nessun'altra del suo autore, e poi tipicissimi i Vedova, i Fontana e i Burri  presenti, credo tra i quali spicchi particolarmente il "Grande Nero di Plastica, di quest'ultimo, del 1964, nel quale la materia povera si rigonfia e quasi ribolle per mostrare quanto l'evento squisitamente materico sappia dare all'arte la propria individuale e nuova interpretazione, di senso quanto materia per la forma. Giuseppe Capogrossi esonda da sè nella mostra per l'essere gigantesco e ben collocato all'ingresso di ogni percorso, ma è opera davvero superiore alle tante altre sue, per respiro, e capacità d'impianto scenotecnico.
Medardo Rosso, Gaetano Previati e Adolfo Wildt, rispettivamente in "Ecce Puer" del 1906, "Fanciulli con cesti di frutta" del 1916 e "Pianto sulla porta chiusa" del 1915, aprono e chiudono l'intena mostra, assieme a Capogrossi, così saldandone gli estremi.

Il pubblico affolla la presentazione del curatore della mostra, Luca massimo Barbero, dell'intera iniziativa. Sullo sfondo il grande quadro di Giuseppe Capogrossi "Superficie 512", 200 x 300 cm, acquistato da Solomon Guggenheim ma mai giunto nella sua sede naturale. Oggi, per diverse vicissitudini, 
è a Roma, al Museo Nazionale d'Arte Moderna


Crediamo possano essere assai utili, mostre di questo genere, assieme al contesto descritto, della stuttura che le contiene, e della città tutta che l'ha saputa esprimere e che ne crea il contesto territoriate e urbano, tutto da conoscere e riconoscere, ad un turismo che alimenti altro e nuovo turismo, ad una economia che tutti sappiamo essere fondamentale per il nostro paese, proprio all'insegna di quell'"Economia della conoscenza" che anche l'assessore vercellese Giorgio Fossale ha saputo riconoscere e valorizzare con questa iniziativa, e che egli stesso vorrebbe si legasse alla produzione di nuovo e possibilmente ampio valore aggiunto. Certamente egli ha ben lavorato in tal senso avendo saputo creare nella sua città un modello che andrebbe riprodotto in tante altre "minori" realtà locali italiane.


La"Teca" dell'Arca, nella chiesa vercellese di San Marco, con il suo soffitto apribile e chiudibile che evidenzia le volte della chiesa ricca di preziosi affreschi. Il progetto è dell'architetto torinese Ferdinado Fagnola. 
La teca (l'Arca) è un parallelepipedo di piccole dimensioni. Essa misura soltanto 29 x 7,5 m e consente un percorso all'interno dei suoi ambienti lungo 110 m. Nonostante queste dimensioni contenute, dovute alle dimensioni della chiesa che la contiene, nella quale pure il pubblico entra per asmmirarne le pareti perimetrali, essa appare del tutto appropriata ad accogliere mostre di medie dimensioni, avendo ciò dimostrato, non solo in quest'ultima mostra della quale parliamo in questo articolo, ma anche in tutte le mostre che l'hanno preceduta, sempre allestite con misura e buon gusto, con armonia ed equilibrio

Noi faremo certamente in modo che ciò possa avvenire, utilizzando i mezzi di cui disponiamo, per dare il nostro contributo alla promozione della realtà culturale vercellese, e per indicare in questa città un polo di significative iniziative, entro un contesto di storia urbana ed artistica dalle origini lontane.

Enrico Mercatali

Vercelli, 26 febbraio 2011
(foto di Enrico Mercatali, se non indicato "dal catalogo della mostra)

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